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De Sculptura


Giulio Delvè, Namsal Siedlecki

23 Sep 2013 — 15 Nov 2013
Opening: 23 Sep 2013
A cura di: Gino Pisapia


La galleria FuoriCampo è lieta di presentare domenica 22 settembre 2013 alle ore 12.00, in occasione del secondo anno di attività, la doppia personale di Giulio Delvè (Napoli, 1984) e Namsal Siedlecki (Greenfield, Usa, 1986) intitolata De Sculptura, a cura di Gino Pisapia.
De Sculptura è il titolo preso in prestito da un dialogo pubblicato a Firenze nel 1504 dall’umanista e storico dell’arte Pomponio Gaurico (1482 - 1530), che riprende ed emenda sotto una veste estetico-filosofica il De Statua del 1464 di Leon Battista Alberti (1404 – 1472) incentrato perlopiù
sulle tecniche scultoree.
Da questa suggestione nasce l’esigenza di focalizzare il discorso critico attorno al concetto di scultura attraverso la scelta di due giovani artisti che per alcuni versi condividono un modus operandi che approda in maniera divergente ad inaspettati e spesso spiazzanti esiti.
La mostra propone le opere inedite di Giulio Delvè e Namsal Siedlecki sospese in un dialogo tra materia e tecnica, forma e astrazione, allusione e simbolo.
Esse testimoniano perciò che la pratica stessa della scultura, considerando i casi illustri e le eccellenze che la “storia delle arti” precedono, si è gradualmente trasformata aprendo infinite possibilità ai materiali e alle tecniche che concorrono alla sua realizzazione.
L’esposizione si pone dunque come strumento di indagine e di approfondimento verso un esercizio artistico completo e complesso capace di rinnovarsi costantemente.
Giulio Delvè presenta Oaska, 2013 e Epifisi, 2013, due lavori autonomi che amplificano e decodificano
due aspetti importanti della sua ricerca.
Il primo è composto da una serie di differenti tipologie di pneumatici impilati quasi a simulare un piccolo cratere vulcanico, “spento” dall’acqua che ne riempie la cavità trasformandolo in una
sorta di fontana a sfioro.
Il secondo invece è il negativo di un calco in gesso di un cactus, che mostra la precisione matematica
della natura, quella natura teorizzata da Fibonacci o più di recente espressa dai frattali di Mandelbrot.
In entrambe i lavori troviamo una tensione nella narrazione ma soprattutto assistiamo al racconto “falsato” che gli oggetti o i soggetti portano con sé.
Oaska è la storia di una visione, una di quelle strutture che non esistono in natura ma che solo una città esplosiva come Napoli può produrre, tra i suoi scarti, le sue contraddizioni e la sua creatività.
Delvè in questo caso si limita a prelevare dalla strada la “composizione” di pneumatici e rileggendone la forma secondo un “vedere comune” ne ri-edita la storia di “ordinaria quotidianità”.

La stessa ordinarietà e razionalità riportate con estrema precisione trovano riscontro nelle geometrie modulari del calco di un cactus che ben s’inserisce all’interno di quel campo d’indagine sui frattali e sulle geometrie naturali omotetiche che porta avanti dal 2011, capaci di generare, all’occhio attento, una riflessione su ciò che un simbolo rappresenta per la collettività.
In virtù di questo le affinità e i legami tra fatti, atti, accadimenti e concetti, materiali e tecniche
apparentemente dissimili o per alcuni versi lontane e sconnesse tra loro, esprimono e determinano l’analisi di un passato storico attraverso il quale è possibile meglio comprendere il nostro vissuto per proiettarci nel futuro più prossimo.
Anche Namsal Siedlecki presenta due lavori inediti appartenenti ad una più ampia ricerca Bodybuilder#2, 2013 ed Exothermic reaction, 2013.
Il primo si presenta sotto forma di scultura astile ed è costituito da un tubo sottile in rame, piegato appunto da un bodybuilder, seguendo in maniera casuale le distanze che intercorrono tra le articolazioni delle braccia e quelle delle gambe.
Il secondo invece è un dittico formato da due tele la cui superficie è stata ricoperta da una sorta di patina granulare eterogenea di varie tonalità di azzurro ottenuta col solfato di rame.
I due lavori vivono in una condizione di stretto dialogo, parlano di energia e di conservazione.
Nella scultura astile, che come un fulmine segna lo spazio espositivo destabilizzandone le coordinate, Siedlecki si preoccupa d’individuare e consegnare al bodybuilder il tubo in rame, ottimo conduttore di energia, che in questo caso la imprigiona conservandone la “memoria” nella sua ultima forma.

Diviene perciò la traccia residuale di un atto performativo unico, intimo e privato che appartiene all’artista e alla sua pratica.
Elegante e raffinato invece il dittico ricoperto dal solfato di rame, si pone come contrappunto linguistico-formale rispetto alla scultura.
Esso nasce da una discussione informale con l’amico artista J.Harris, sulla possibilità di estrarre mediante una reazione esotermica l’ossido di rame dai vecchi televisori a tubo catodico ritrovati in strada.
Questo processo chimico rimette in gioco la materia, il rifiuto, il vetusto, l’obsoleto, lo scarto industriale della società che viene trasformato impropriamente in pigmento colorato con evidenti
nonché ovvi riferimenti alla storia del restauro ma anche alla storia della materia e delle tecniche.

Ne risulta un link diretto con la patina in relazione alla scultura bronzea alla sua ossidazione che allo stesso tempo diviene film protettivo per la materia di cui ne altera solo il colore.
L’esposizione non intende perciò dare risposte ma creare interrogativi contribuendo ad accendere e alimentare il dibattito attorno alla scultura contemporanea, al suo fare e al suo continuo
divenire.

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